Perché le persone se ne vanno, e come ci si accorge prima

Le dimissioni arrivano come una sorpresa e quasi mai lo sono. I segnali esistono e cominciano mesi prima della lettera, per chi sa dove guardare.

La frase che sento dopo ogni uscita è sempre la stessa: non me lo aspettavo. Nella maggior parte dei casi è sincera, e nella maggior parte dei casi le informazioni per aspettarselo erano disponibili da mesi.

Non si vedevano perché in un'impresa piccola non esiste nessun momento in cui si parla del rapporto di lavoro. Si parla del lavoro tutti i giorni e del rapporto mai, e le due cose non coincidono.

Le ragioni, in ordine di frequenza

Il rapporto con chi coordina, la sensazione di non imparare più niente, un carico diventato insostenibile, l'assenza di una prospettiva, e infine i soldi. In questo ordine, che è l'inverso di quello che dichiara chi se ne va.

Il colloquio di uscita raccoglie quasi sempre la ragione economica, perché è la meno conflittuale da dire. È la ragione che l'azienda registra ed è il motivo per cui molte imprese rispondono a queste uscite con la leva sbagliata.

I segnali, uno per uno

Le domande smettono. Una persona che ha smesso di chiedere come mai una cosa si fa in un certo modo ha smesso di considerare quel modo una cosa propria, e quasi sempre è il primo segnale in ordine di tempo.

Poi arrivano gli altri: le proposte spariscono, il rispetto formale degli orari diventa preciso, la partecipazione alle discussioni si riduce a un assenso. Nessuno di questi è una prova, l'insieme sì.

Il numero che li anticipa

Le ore lavorate rispetto a quelle previste, guardate per persona e per mese. Chi da sei mesi lavora sistematicamente più degli altri sta accumulando una stanchezza che a un certo punto diventa una decisione.

È uno dei pochi casi in cui un dato batte l'impressione, ed è il motivo per cui quella voce sta fra i pochi indicatori che servono a una piccola impresa, accanto al margine e alla cassa.

La conversazione che previene

Una volta l'anno, quaranta minuti, fuori dalla scrivania. Tre domande: che cosa vorresti fare fra due anni, che cosa ti manca qui, che cosa non vuoi più fare. Poi si ascolta senza rispondere.

La difficoltà non è farle: è resistere alla tentazione di spiegare perché le cose stanno come stanno. Chi si difende in quella conversazione la trasforma in un adempimento, e l'anno dopo riceve risposte di cortesia.

Che cosa fare con quello che si sente

Almeno una cosa, entro un mese, anche piccola, dicendo che arriva da quella conversazione. Le richieste che tornano da più persone vanno affrontate; quelle impossibili vanno rifiutate spiegando il motivo.

Quello che distrugge la fiducia non è il rifiuto: è il silenzio, e vale in questa materia come in ogni altro aspetto della gestione delle persone, dove una risposta chiara vale più di una favorevole.

Quando la persona ha già deciso

La controproposta economica funziona in una minoranza di casi e per pochi mesi. Se la ragione era il rapporto o la prospettiva, i soldi comprano un rinvio e lasciano entrambe le parti in una posizione peggiore.

Conviene invece capire con precisione la ragione, chiudere bene, e usare l'informazione. Le imprese in cui torno dopo qualche anno hanno spesso riassunto persone che erano uscite in buoni rapporti.

Il costo reale di un'uscita

Sei mesi di produttività ridotta, il tempo di chi cerca e forma, il lavoro rimasto indietro, e la conoscenza che esce dalla porta. Nelle posizioni tecniche vale spesso più di un anno di retribuzione.

È una cifra che conviene stimare una volta, perché cambia il modo in cui si guarda al tempo speso su come si cerca e si sceglie chi entra e su quello speso per trattenere chi c'è già.

Il primo anno, che è quello decisivo

Una parte consistente delle uscite riguarda persone entrate da meno di diciotto mesi. Quasi sempre la causa è a monte: un inserimento improvvisato, un ruolo diverso da quello raccontato al colloquio, nessuno che si sia occupato di loro.

È anche la categoria più facile da evitare, perché dipende da cose che l'impresa controlla per intero. Un mese preparato prima della firma cambia la probabilità che quella persona ci sia ancora fra tre anni.

Il capo intermedio

Nelle imprese che crescono, la prima persona promossa a coordinare altri è spesso il tecnico migliore, senza nessuna preparazione al mestiere nuovo. Le uscite che seguono vengono attribuite a incompatibilità di carattere.

Quasi sempre non è carattere: è un ruolo dato senza spiegare che cosa comporta e senza affiancare nessuno. Coordinare è un mestiere e si impara, purché qualcuno lo insegni.

I confronti con l'esterno

Le persone sanno quanto si paga fuori, oggi molto meglio di dieci anni fa. Un'impresa che resta ferma per tre anni mentre il mercato si muove sta accumulando un problema che si manifesta tutto insieme.

Non serve inseguire il mercato su ogni posizione: serve saperlo, controllarlo una volta l'anno per i ruoli chiave, e decidere consapevolmente dove stare sopra e dove sotto.

Il colloquio di uscita, fatto in modo che serva

Non nell'ultimo giorno e non con il diretto responsabile. Meglio due settimane dopo l'uscita, con una telefonata di dieci minuti fatta da chi guida, con una domanda sola: che cosa avremmo potuto fare diversamente.

A rapporto chiuso le persone dicono cose che non direbbero prima, e nella maggior parte dei casi lo fanno volentieri. È la fonte di informazione più onesta che un'impresa possa avere e quasi nessuno la usa.

Che cosa si fa con quello che si scopre

Si tiene un foglio con le ragioni raccolte, anno per anno. Dopo tre o quattro uscite emerge un motivo ricorrente, e quel motivo è sempre più utile di qualsiasi indagine sul clima aziendale.

Nelle imprese in cui l'ho visto fare, il tema che tornava non erano i soldi: era il rapporto con una persona precisa, oppure l'assenza di una prospettiva dichiarata. Entrambe sono cose su cui si può intervenire.

Chi resta ma si è fermato

È una situazione più costosa di un'uscita e nessuno la conta: una persona che non se ne va, non propone più niente e fa esattamente quello che le viene chiesto.

Va affrontata con la stessa conversazione, perché quasi sempre ha le stesse cause. E va affrontata prima, perché recuperare qualcuno che si è fermato da tre anni è molto più difficile.

Le uscite che fanno bene

Non tutte le uscite sono una perdita. Quando una persona non è nel posto giusto, il fatto che se ne vada è una buona notizia per entrambi, e va detto internamente senza drammi.

Il problema è quando l'impresa non distingue: se ogni uscita viene vissuta come un tradimento, non si impara niente né dalle une né dalle altre.

Chi resta

Un'uscita si guarda sempre in due, e la seconda faccia è il gruppo. Il modo in cui l'azienda parla di chi se ne è andato viene registrato da tutti gli altri con un'attenzione che chi guida sottovaluta.

Una parola sgradevole detta in quel momento costa più di quello che sembra, e resta nel racconto interno per anni, con effetti su le persone su cui l'impresa poggia, e che stanno guardando come vengono trattati gli altri.

Domande frequenti

Perché le dimissioni sembrano sempre una sorpresa?

Perché in un'impresa piccola non esiste nessun momento in cui si parla del rapporto di lavoro. Si parla del lavoro tutti i giorni e del rapporto mai, e le informazioni per aspettarselo restano invisibili.

Quali sono le ragioni reali di un'uscita?

Il rapporto con chi coordina, la sensazione di non imparare più niente, un carico insostenibile, l'assenza di prospettiva, e infine i soldi. In questo ordine, che è l'inverso di quello dichiarato.

Perché nel colloquio di uscita si sente parlare solo di stipendio?

Perché è la ragione meno conflittuale da dire. L'azienda registra quella, e finisce per rispondere alle uscite con la leva sbagliata.

Qual è il primo segnale in ordine di tempo?

Le domande che smettono. Chi ha smesso di chiedere come mai una cosa si fa in un certo modo ha smesso di considerarla una cosa propria.

Quali altri segnali contano?

Le proposte che spariscono, il rispetto formale degli orari che diventa preciso, la partecipazione ridotta a un assenso. Nessuno è una prova da solo, l'insieme sì.

C'è un dato che li anticipa?

Le ore lavorate rispetto a quelle previste, per persona e per mese. Chi da sei mesi lavora sistematicamente più degli altri sta accumulando una stanchezza che a un certo punto diventa una decisione.

Come si imposta la conversazione che previene?

Una volta l'anno, quaranta minuti, fuori dalla scrivania, con tre domande e poi silenzio. La difficoltà non è farle: è resistere alla tentazione di spiegare perché le cose stanno così.

La controproposta economica funziona?

In una minoranza di casi e per pochi mesi. Se la ragione era il rapporto o la prospettiva, i soldi comprano un rinvio e lasciano entrambe le parti in una posizione peggiore.

Quanto costa un'uscita?

Sei mesi di produttività ridotta, il tempo di chi cerca e forma, il lavoro rimasto indietro e la conoscenza che esce dalla porta. Nelle posizioni tecniche vale spesso più di un anno di retribuzione.

Cristian Andreatini

Scritto da

Cristian Andreatini

Elettricista, poi marketing digitale, poi direzione d'azienda. Oggi affianco imprese e imprenditori su strategia, organizzazione e posizionamento, con un team di specialisti dei diversi rami aziendali.

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