Quando chiedo a un imprenditore qual è la sua meta per l'anno, nove volte su dieci ricevo una direzione e non una meta. Crescere, consolidare, organizzarci meglio. Sono cose vere e non permettono a nessuno, dodici mesi dopo, di dire se sono successe.
La differenza non è formale. Una meta scritta in modo verificabile cambia il comportamento delle persone tutti i giorni, perché permette di dire di no a quello che non porta lì. Un'intenzione non cambia niente, perché con un'intenzione è compatibile qualunque cosa.
La prova a cui deve resistere
È una sola: alla data stabilita, due persone che guardano la stessa situazione devono arrivare alla stessa conclusione su sì o no. Se possono discuterne, la meta è scritta male, indipendentemente da quanto suona bene.
Migliorare la soddisfazione dei clienti non passa la prova. Arrivare a trenta recensioni con media sopra quattro e mezzo entro dicembre la passa. Sono la stessa intenzione, e solo la seconda si può usare per decidere.
Il numero non basta
Un errore opposto e altrettanto comune è scrivere solo una cifra: più dieci per cento di fatturato. Quel dieci per cento si può ottenere in molti modi, alcuni dei quali lasciano l'azienda peggio di come stava.
Serve dire anche da dove deve arrivare: da quali clienti, su quali lavori, con quale margine. È la parte che trasforma un obiettivo di bilancio in una meta operativa, e presuppone di sapere quali lavori guadagnano e quali no, che è un conto da fare prima e non dopo.
Quante metterne
Tre o quattro, non dieci. Un elenco lungo non è una lista di priorità: è una lista di desideri, e quando tutto è prioritario niente lo è. La prova è chiedersi cosa si è disposti a sacrificare per ognuna.
Nelle imprese piccole tre è già un numero ambizioso, perché ogni meta richiede attenzione continuativa e l'attenzione è la risorsa più scarsa che ci sia.
L'orizzonte giusto
Dodici mesi funziona bene nella maggior parte dei casi. Tre anni è troppo lontano per guidare le decisioni quotidiane, tre mesi è troppo vicino per cambiare qualcosa di strutturale.
Le mete annuali però hanno bisogno di tappe: dove dovremmo essere a marzo, a giugno, a settembre. Senza tappe ci si accorge a novembre di essere indietro, e a novembre non si recupera niente.
Chi la scrive
Chi guida, con le due o tre persone che hanno responsabilità su qualcosa. Una meta scritta da una persona sola e comunicata dopo viene eseguita, non perseguita, e la differenza si vede al primo imprevisto.
Non serve allargare a tutta l'azienda. Serve che chi dovrà farla succedere sia stato nella stanza, e che abbia potuto dire che una cosa non è realistica prima che diventi un impegno.
Le parole da evitare
Ottimizzare, potenziare, consolidare, valorizzare. Sono verbi che non descrivono nessuna azione e che permettono di dichiarare raggiunta qualsiasi cosa. Compaiono quando non si è ancora deciso cosa fare e si vuole comunque scrivere qualcosa.
La regola pratica è usare verbi che si vedono da fuori: assumere, aprire, chiudere, ridurre a, portare da tot a tot. Se il verbo descrive un'azione visibile, la meta regge.
Il nome accanto
Ogni meta ha una persona che risponde, e una sola. Le mete condivise fra due persone sono le prime a non succedere, perché ognuno dà per scontato che se ne occupi l'altro finché non è tardi.
Risponderne non significa farla da soli. Significa essere la persona a cui si chiede a che punto siamo, ed è una distinzione che va detta esplicitamente, come per qualsiasi responsabilità affidata a qualcuno, dove il perimetro va scritto una volta sola.
Cosa si smette di fare
È la parte che quasi nessuno scrive e che decide se il resto succederà. Aggiungere tre mete a un'azienda che è già piena significa che verranno fatte con quello che avanza, cioè mai.
Accanto a ogni meta conviene scrivere cosa la rende possibile: un'attività che si sospende, un tipo di lavoro che si smette di prendere, una riunione che si toglie. È scomodo e trasforma un elenco di desideri in un piano.
La verifica
Un'ora al mese, con le stesse persone, sempre sullo stesso foglio. Non una presentazione: un documento di una pagina che si guarda insieme, dove accanto a ogni meta c'è a che punto siamo e cosa blocca.
Il valore sta nella regolarità, non nella precisione. Un foglio approssimato guardato dodici volte batte un documento perfetto guardato a dicembre, ed è anche il tipo di incontro che vale la pena aggiungere quando le altre riunioni si tolgono, purché chiuda con tre righe di decisioni.
Quando cambiano i fatti su cui era stata scritta: un cliente importante che se ne va, un mercato che si chiude, una persona chiave che manca. Cambiarla in quei casi non è una resa, è l'applicazione del buon senso.
Quello che non va fatto è cambiarla perché si è indietro. Se si è indietro la domanda è perché, e la risposta quasi sempre riguarda qualcosa che non è stato smesso per fare spazio.
Come si comunica alle persone
In modo corto e concreto, dicendo cosa cambia per loro. Le persone non hanno bisogno di conoscere tutte le mete aziendali: hanno bisogno di sapere cosa ci si aspetta dal loro lavoro e perché.
Il perché conta più del cosa. Un obiettivo comunicato senza il ragionamento che c'è dietro viene eseguito alla lettera, comprese le parti che non avevano senso in quel reparto.
Le mete che riguardano le persone
Sono le più difficili da scrivere e quelle che pesano di più. Inserire un responsabile di produzione entro giugno è verificabile. Migliorare il clima interno non lo è, e quasi sempre nasconde una decisione rimandata.
Quando dietro c'è una situazione ferma, la meta onesta è affrontarla: fare quella conversazione entro una data. È il modo più diretto di sbloccare le decisioni che restano ferme per anni, e che nessuno vuole essere il primo a nominare.
Le mete che dipendono da altri
Alcune cose non sono nelle mani dell'azienda: un bando, una commessa che deve arrivare, un fornitore che deve consegnare. Scriverle come mete produce fallimenti che non insegnano niente, perché nessuno poteva farci qualcosa.
Quello che si può scrivere è la parte che dipende da voi: presentare la domanda entro una data, avere pronto il materiale, aver scelto il fornitore alternativo. La meta è sempre un'azione, non un esito.
Da dove si comincia
Da una sola meta, scritta bene, con un nome e una data. Le aziende che non hanno mai lavorato così ottengono più da una meta portata a casa che da cinque scritte e dimenticate a febbraio.
La seconda si aggiunge quando la prima ha un ritmo suo. È una progressione lenta e produce una cosa che nelle imprese si vede raramente: la sensazione condivisa che le cose decise poi succedano.
Il passo successivo è tradurla in mesi e in numeri, cioè costruire il primo budget di un'impresa che non l'ha mai fatto, che si costruisce in due mezze giornate.
Domande frequenti
Come si capisce se una meta è scritta bene?
Deve superare una prova sola: alla data stabilita, due persone che guardano la stessa situazione arrivano alla stessa conclusione su sì o no. Se possono discuterne, è scritta male.
Basta scrivere un numero?
No. Più dieci per cento di fatturato si può ottenere in molti modi, alcuni dei quali lasciano l'azienda peggio. Serve dire da dove deve arrivare: quali clienti, quali lavori, con quale margine.
Quante mete conviene darsi?
Tre o quattro. Un elenco lungo non è una lista di priorità, è una lista di desideri. Nelle imprese piccole tre è già un numero ambizioso.
Su quale orizzonte?
Dodici mesi funziona bene, con tappe intermedie a marzo, giugno e settembre. Senza tappe ci si accorge a novembre di essere indietro, e a novembre non si recupera niente.
Quali parole evitare?
Ottimizzare, potenziare, consolidare, valorizzare. Non descrivono nessuna azione e permettono di dichiarare raggiunta qualsiasi cosa. Meglio verbi che si vedono da fuori: aprire, chiudere, ridurre a, portare da tot a tot.
Chi deve scriverla?
Chi guida, con le due o tre persone che hanno responsabilità su qualcosa. Una meta scritta da una persona sola e comunicata dopo viene eseguita, non perseguita.
Serve un responsabile per ogni meta?
Uno solo. Le mete condivise fra due persone sono le prime a non succedere, perché ognuno dà per scontato che se ne occupi l'altro finché non è tardi.
Cosa si scrive accanto a ogni meta?
Cosa la rende possibile: un'attività che si sospende, un tipo di lavoro che si smette di prendere, una riunione che si toglie. Senza questo, le mete vengono fatte con il tempo che avanza, cioè mai.
Quando si può cambiare una meta?
Quando cambiano i fatti su cui era stata scritta: un cliente importante che se ne va, un mercato che si chiude. Non quando si è indietro: in quel caso la domanda è perché.
Scritto da
Cristian Andreatini
Elettricista, poi marketing digitale, poi direzione d'azienda. Oggi affianco imprese e imprenditori su strategia, organizzazione e posizionamento, con un team di specialisti dei diversi rami aziendali.
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