Il cliente storico che costa più di quanto porta

C'è in quasi ogni impresa. Fattura molto, assorbe tutto e lascia poco. Rivedere quel rapporto fa paura e quasi sempre conviene.

Ha in genere una storia lunga: era il primo cliente importante, ha permesso di crescere, il titolare ha un rapporto personale con chi decide. Tutto questo è vero e non è un argomento economico.

Il problema si vede quando si mette il margine accanto al fatturato. Il nome è in cima al primo elenco e in fondo al secondo, e nessuno lo dice ad alta voce perché sarebbe come mettere in discussione la storia dell'impresa.

Come si calcola quanto rende un cliente

Fatturato meno costi diretti meno il tempo che assorbe fuori dalla commessa. La terza voce è quella che manca sempre: riunioni, sopralluoghi, modifiche, solleciti, urgenze, offerte rifatte.

Basta contarla per un trimestre, anche a stima. Il risultato riordina l'elenco dei clienti in un modo che sorprende quasi sempre, ed è lo stesso meccanismo di come si perde margine senza accorgersene, una condizione concessa alla volta.

I costi che non compaiono in nessuna riga

Il ritardo negli incassi, che impegna cassa. Le condizioni particolari concesse anni fa e mai riviste. La priorità implicita, per cui un lavoro di quel cliente sposta tutti gli altri.

L'ultima è la più costosa e la meno visibile, perché il danno cade sui clienti che vengono rimandati e si manifesta mesi dopo sotto forma di lavori persi.

Il costo che sta nella testa di chi guida

Un cliente troppo grande occupa un'attenzione sproporzionata. Le sue richieste arrivano prima, le sue insoddisfazioni pesano di più, e le decisioni dell'impresa cominciano a essere prese guardando la sua reazione.

È il punto in cui un rapporto commerciale diventa un vincolo strategico, e limita perfino la libertà di scegliere a chi rivolgersi, e a chi invece non rivolgersi più.

Le tre strade

Rinegoziare, ridurre, uscire. Sono in ordine di preferenza e vanno provate in questa sequenza, perché la prima riesce più spesso di quanto l'imprenditore si aspetti.

La rinegoziazione riesce perché dall'altra parte quasi nessuno sa quanto sono vecchie le condizioni in vigore. Chi le chiede con dati alla mano ottiene un risultato in un caso su due.

Come si imposta la conversazione

Non come una lamentela, ma come una revisione periodica. Si porta il conto di quanto è cambiato negli anni, si propone un adeguamento e si mette sul tavolo qualcosa in cambio: tempi migliori, un referente dedicato, una priorità formalizzata.

Il tono è lo stesso di qualsiasi comunicazione di aumento: breve, documentata, senza scuse. Le trattative lunghe cominciano da lettere lunghe.

Ridurre invece che uscire

Quando la rinegoziazione non riesce, si può smettere di prendere le lavorazioni meno redditizie di quel cliente e tenere le altre. Riduce il peso senza chiudere il rapporto.

Va fatto senza annunci: si smette di essere disponibili su certe richieste, con motivazioni vere legate alla capacità. Nella maggior parte dei casi l'altra parte si adatta senza discussioni.

Quando conviene uscire

Quando il margine è negativo dopo aver contato tutto, quando il rapporto impedisce di servire clienti migliori, o quando la concentrazione è diventata un rischio per la sopravvivenza dell'impresa.

L'uscita va preparata: prima si costruisce il sostituto, poi si riduce. Farlo nell'ordine inverso è il modo in cui questa decisione, giusta in sé, diventa un problema di cassa.

Il conto fatto su tre anni

Un cliente può avere un anno negativo e restare interessante sul periodo lungo. La decisione va presa guardando tre anni, non l'ultimo esercizio, altrimenti si esce da rapporti che stavano soltanto attraversando un periodo.

Vale anche il contrario: un cliente in discesa costante da tre anni non è un problema di un anno difficile. La serie storica dice quale dei due casi si ha davanti.

Va detto anche che in qualche caso la conclusione onesta è tenerlo così com'è: un cliente che rende poco può garantire un carico di base che permette di tenere le persone. È una scelta legittima, purché sia una scelta e non un'abitudine.

Il rapporto personale, che va nominato

Quando fra il titolare e chi decide dall'altra parte c'è un rapporto di vent'anni, la conversazione economica diventa difficile per ragioni che non hanno niente a che vedere con i numeri.

Il modo che funziona è dirlo apertamente: siamo amici da vent'anni e proprio per questo ti dico come stanno le cose. Nella maggior parte dei casi la reazione è migliore di quella che si temeva.

Le condizioni che nessuno ricorda

Trasporto compreso, montaggio incluso, assistenza gratuita, urgenze senza sovrapprezzo. Sono concessioni fatte in momenti diversi, mai riviste, e nessuno le ha mai sommate.

Metterle in fila su un foglio è l'esercizio più utile prima di qualsiasi conversazione, perché trasforma una sensazione in un elenco che si può discutere voce per voce.

La dipendenza al contrario

A volte è il cliente a dipendere dall'impresa più di quanto l'impresa dipenda da lui: siete l'unico fornitore capace di quella lavorazione, o l'unico nel raggio utile. È una posizione che quasi nessuno verifica.

La verifica è semplice: quanto tempo impiegherebbe a sostituirvi e a che costo. Se la risposta è sei mesi, la trattativa è molto più equilibrata di quanto la abitudine faccia credere.

Il rischio di concentrazione

Oltre un certo peso, un cliente non è più un cliente: è un rischio d'impresa. La soglia comunemente usata è il venti per cento del fatturato, e sopra il trenta la situazione va guardata come una priorità.

Ridurla richiede anni e comincia con una decisione: destinare una parte della capacità commerciale a costruire alternative, anche quando l'agenda è piena e sembra che non serva.

Come si prepara il ricambio

Prima si cerca, poi si riduce. Cercare significa una lista di venti aziende simili per esigenze, e un lavoro commerciale regolare per sei o dodici mesi prima di toccare qualsiasi cosa.

È la parte lunga e quella che nessuno vuole fare, perché costa tempo mentre il problema non è ancora urgente. Quando diventa urgente, però, quel tempo non c'è più.

Il momento giusto per parlarne

Dopo un lavoro andato bene, non dopo un problema. La conversazione economica va fatta quando il rapporto è nella sua fase migliore, che è esattamente il contrario di quello che si fa di solito.

Aspettare un momento di tensione significa mescolare due discussioni, e la seconda perde sempre. È una regola che vale per qualsiasi revisione di condizioni.

Che cosa succede se accetta tutto

È il risultato più frequente e va gestito: significa che le condizioni erano molto favorevoli e che ci sarà spazio anche in futuro. Va annotato e ripreso l'anno successivo.

Significa anche che quel cliente ha bisogno di voi più di quanto pensavate, il che cambia tutte le valutazioni successive sul rapporto.

Che cosa si libera

Capacità produttiva, attenzione commerciale e tempo di chi guida. Nelle imprese in cui è successo, la parte più visibile del beneficio è arrivata dai clienti nuovi presi con quella capacità.

È anche il momento in cui conviene guardare i clienti che restano e organizzare il rapporto, perché chi torna vale più di chi arriva e quasi nessuna impresa lo conta.

Domande frequenti

Come si calcola quanto rende un cliente?

Fatturato meno costi diretti meno il tempo che assorbe fuori dalla commessa: riunioni, sopralluoghi, modifiche, solleciti, urgenze, offerte rifatte. La terza voce è quella che manca sempre.

Quanto tempo serve per farlo?

Un trimestre di conteggio, anche a stima. Il risultato riordina l'elenco dei clienti in un modo che sorprende quasi sempre chi guida.

Quali costi non compaiono in nessuna riga?

Il ritardo negli incassi, le condizioni particolari concesse anni fa e mai riviste, e la priorità implicita per cui un lavoro di quel cliente sposta tutti gli altri.

Qual è il costo più sottovalutato?

La priorità implicita, perché il danno cade sui clienti rimandati e si manifesta mesi dopo sotto forma di lavori persi.

Quali sono le possibilità?

Rinegoziare, ridurre, uscire, in questo ordine. La prima riesce più spesso di quanto l'imprenditore si aspetti, perché dall'altra parte quasi nessuno sa quanto sono vecchie le condizioni in vigore.

Come si imposta la rinegoziazione?

Come una revisione periodica e non come una lamentela: si porta il conto di quanto è cambiato negli anni, si propone un adeguamento e si mette in cambio qualcosa di concreto.

Che cosa significa ridurre invece di uscire?

Smettere di prendere le lavorazioni meno redditizie di quel cliente tenendo le altre. Si fa senza annunci, con motivazioni vere legate alla capacità, e nella maggior parte dei casi l'altra parte si adatta.

Quando conviene uscire?

Quando il margine è negativo dopo aver contato tutto, quando il rapporto impedisce di servire clienti migliori, o quando la concentrazione è diventata un rischio per la sopravvivenza.

Come si prepara l'uscita?

Prima si costruisce il sostituto, poi si riduce. L'ordine inverso è il modo in cui una decisione giusta diventa un problema di cassa.

Cristian Andreatini

Scritto da

Cristian Andreatini

Elettricista, poi marketing digitale, poi direzione d'azienda. Oggi affianco imprese e imprenditori su strategia, organizzazione e posizionamento, con un team di specialisti dei diversi rami aziendali.

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