Cosa scrivere nelle regole d'uso dell'AI, in una pagina

Un foglio che si legge in cinque minuti e che dice cosa si può fare, cosa non si può fare e chi controlla quello che esce. Serve prima di comprare qualsiasi strumento.

Quasi tutte le aziende che seguo hanno persone che usano questi strumenti da mesi, spesso con profili personali, quasi sempre senza che nessuno abbia detto niente. Non è disobbedienza: è che nessuno ha mai scritto una riga in proposito, e in assenza di indicazioni ognuno decide da solo cosa gli sembra ragionevole.

Il documento che serve sta in una pagina. I regolamenti da venti pagine scritti da chi non conosce il lavoro non li legge nessuno, e producono l'effetto opposto: le persone continuano come prima e smettono di parlarne in giro.

La prima riga: cosa non esce dall'azienda

Questa è la parte che conta di più. Vanno elencate le categorie di informazione che non si incollano dentro uno strumento esterno: dati personali dei clienti, listini riservati, contratti, progetti tecnici, dati sanitari, curriculum ricevuti.

L'elenco va scritto con esempi concreti del vostro lavoro e non con categorie giuridiche. Una frase come informazioni riservate non aiuta nessuno a decidere alle nove del mattino con un preventivo da mandare. Una frase come il file dei prezzi per cliente non esce di qui è chiara subito.

La seconda riga: quali strumenti si usano

Va detto quali sono gli strumenti approvati e con quale profilo si accede. Se l'azienda paga un abbonamento aziendale, va scritto che si usa quello e non il profilo personale, perché sono due situazioni diverse per quanto riguarda la conservazione di quello che si scrive.

Serve anche dire cosa fare quando qualcuno vuole provare uno strumento nuovo. Una richiesta a una persona precisa, una risposta in pochi giorni. Senza quella strada aperta le prove si fanno di nascosto, che è esattamente la situazione che si sta cercando di evitare.

La terza riga: chi controlla quello che esce

Qualsiasi cosa venga prodotta con un aiuto automatico e vada a un cliente deve passare da una persona che se ne assume la responsabilità. Vale per le offerte, le mail, i testi del sito, i calcoli, le traduzioni, le risposte tecniche.

La regola pratica è che risponde chi firma, come per qualsiasi altro documento. Detta così toglie l'ambiguità senza bisogno di spiegazioni lunghe, e chiarisce che lo strumento non è un collega a cui addossare gli errori.

La quarta riga: cosa si dice ai clienti

Alcuni settori hanno obblighi precisi, altri no. In assenza di obblighi conviene decidere una linea e tenerla: dire come si lavora quando lo chiedono, senza farne una bandiera e senza nasconderlo.

Il caso che crea imbarazzo è sempre lo stesso: un cliente riceve un testo che gli suona costruito e lo chiede. Avere già deciso cosa rispondere evita la risposta improvvisata, che è quella che fa perdere fiducia.

La quinta riga: dove si tengono le cose che funzionano

Le istruzioni che danno buoni risultati vanno raccolte in un posto condiviso, perché altrimenti ogni persona ricomincia da capo e ottiene risultati diversi sullo stesso lavoro. Basta una cartella con dentro i testi che hanno funzionato e due righe che spiegano quando usarli.

È anche il primo pezzo di quella conoscenza aziendale che di solito resta nella testa di due o tre persone, e che quando quelle persone mancano si scopre non essere mai stata scritta da nessuna parte.

Come si scrive senza farne un progetto

Un'ora con tre persone: chi si occupa dei sistemi, chi lavora con i dati dei clienti, chi scrive verso l'esterno. Si mettono giù le cinque righe, si fanno leggere a chi in azienda usa già questi strumenti, si corregge dove ha senso.

Chi lo usa già va coinvolto sempre, perché conosce i casi che voi non avete previsto. Escluderlo produce un documento elegante e inapplicabile, oltre a un gruppo di persone che si sente controllato invece che aiutato.

Cosa succede dopo che è scritto

Va letto insieme una volta, in mezz'ora, con la possibilità di fare domande. Mandarlo per mail e considerarlo comunicato significa averlo scritto per l'archivio. Le domande che escono in quella mezz'ora sono la parte più utile di tutto il lavoro.

Poi va riletto ogni sei mesi, perché gli strumenti cambiano in fretta e certe righe diventano vecchie. Una revisione breve vale più di un documento perfetto scritto una volta sola e lasciato lì.

Cosa cambia fra un'azienda di dieci persone e una di cento

Nelle aziende piccole il foglio serve soprattutto a far sapere che l'argomento esiste e che se ne può parlare. In quelle più grandi serve anche a evitare che ogni reparto prenda una strada diversa e si ritrovino quattro strumenti che fanno la stessa cosa.

In entrambi i casi la lunghezza resta quella: una pagina. Quello che cambia è il numero di persone che la leggono e il tempo che serve per raccogliere i casi veri, che sono poi la materia con cui si capisce dove questi strumenti spostano qualcosa, e dove restano una curiosità.

Cosa non mettere dentro

Non serve spiegare come funziona la tecnologia, non servono definizioni, non serve un elenco di rischi teorici. Tutto questo allunga il testo e sposta l'attenzione dalle cose che le persone devono decidere concretamente.

Non serve neanche vietare tutto, che è la tentazione di chi ha paura. Un divieto generale sposta l'uso sui telefoni personali, dove non lo vede più nessuno e i dati escono comunque, con l'aggravante che l'azienda non lo sa.

Il legame con la formazione

Le regole dicono cosa si può fare e non insegnano a farlo. Servono entrambe le cose, e conviene che arrivino insieme: un foglio di regole senza un'ora di formazione produce persone prudenti e poco capaci.

Mezza giornata sul lavoro vero, con i documenti dell'azienda davanti, cambia il livello di tutto il gruppo e rende le regole comprensibili, perché a quel punto ognuno ha visto con i propri occhi cosa succede quando si incolla la cosa sbagliata.

Il caso dei dati dei clienti

È la riga che crea più discussioni, e la regola pratica è una sola: prima di incollare un testo, si toglie quello che identifica una persona. Nome, indirizzo, numero di pratica, dati di salute. Nella maggior parte dei casi il lavoro riesce lo stesso, perché quello che serve è la struttura del testo e non il nome del destinatario.

Dove non si può togliere niente, il lavoro si fa dentro strumenti che l'azienda ha scelto e verificato, oppure non si fa. È un limite che sembra rigido finché non si prova a spiegare a un cliente come mai i suoi documenti sono finiti su un servizio di cui nessuno sapeva niente.

Quello che le persone temono e non dicono

Sotto ogni discussione su queste regole c'è una domanda che quasi nessuno pronuncia: il mio lavoro serve ancora? Finché resta implicita produce prudenza, silenzio e adesione formale, che sono i tre modi in cui un cambiamento muore senza che nessuno lo abbia contrastato.

Rispondere apertamente costa mezz'ora e cambia il clima. Anche quando la risposta è che alcune attività cambieranno, sentirlo dire da chi guida vale molto più che immaginarlo, ed è una delle ragioni per cui certi progetti attecchiscono mentre altri si fermano subito dopo la prova, con gli stessi strumenti e le stesse persone.

Chi tiene in mano il foglio

Serve una persona a cui si fanno le domande, con nome e cognome. Non un comitato: una persona, che può anche essere il titolare in un'azienda di quindici dipendenti. Senza quel nome le domande non le fa nessuno e ognuno decide per conto proprio.

Quella persona ha anche il compito di rileggere il foglio e di raccogliere i casi nuovi. È un incarico piccolo che va trattato come tutti gli altri, con un perimetro e un momento di verifica, altrimenti fa la fine di qualsiasi attività affidata senza una scadenza, che torna indietro entro un mese.

Quando le regole vanno strette

Se dopo qualche mese le persone chiedono deroghe sempre sugli stessi punti, il foglio è scritto male e va corretto. Le regole che vengono aggirate tutti i giorni non proteggono niente e insegnano soltanto che le indicazioni aziendali si possono ignorare.

La correzione è un segnale di serietà e non di debolezza. Un documento vivo, riscritto due volte in un anno sulla base di quello che succede, funziona meglio di uno perfetto che nessuno osa toccare.

Perché conviene farlo adesso

Perché l'uso c'è già e cresce da solo. Ogni mese che passa senza una riga scritta aumenta il numero di abitudini prese in autonomia, e cambiare un'abitudine costa sempre più che indirizzarla all'inizio.

È anche il documento che permette poi di andare avanti con ordine, quando si comincia a guardare quali passaggi conviene toccare per primi e le decisioni smettono di essere individuali.

Fra le righe da decidere c'è anche se dirlo ai clienti, che è una scelta commerciale prima che formale.

Domande frequenti

Quanto deve essere lungo il documento?

Una pagina. I regolamenti da venti pagine scritti da chi non conosce il lavoro non li legge nessuno, e producono l'effetto opposto: le persone continuano come prima e smettono di parlarne.

Qual è la regola più importante?

Cosa non esce dall'azienda: dati personali dei clienti, listini riservati, contratti, progetti tecnici, curriculum ricevuti. Va scritta con esempi concreti del vostro lavoro.

Si possono usare i profili personali?

Dove entrano in gioco dati aziendali, no. Le condizioni di conservazione di quello che si scrive sono diverse, e va detto per iscritto quale strumento si usa e con quale accesso.

Chi controlla quello che esce verso i clienti?

Chi firma, come per qualunque altro documento aziendale. Detta così, la regola toglie l'ambiguità senza bisogno di spiegazioni lunghe.

Bisogna dirlo ai clienti?

Alcuni settori hanno obblighi precisi. Dove non ci sono, conviene decidere una linea e tenerla: dirlo quando lo chiedono, senza farne una bandiera e senza nasconderlo.

Chi deve scrivere il documento?

Un'ora con tre persone: chi si occupa dei sistemi, chi lavora con i dati dei clienti, chi scrive verso l'esterno. Poi lo si fa leggere a chi già usa questi strumenti, che conosce i casi non previsti.

Come si comunica alle persone?

Leggendolo insieme una volta, in mezz'ora, con la possibilità di fare domande. Le domande che escono in quella mezz'ora sono la parte più utile del lavoro.

Cosa non va messo dentro?

Spiegazioni su come funziona la tecnologia, definizioni ed elenchi di rischi teorici. Allungano il testo e spostano l'attenzione dalle cose che le persone devono decidere concretamente.

Cosa fare se le regole vengono aggirate?

Correggerle. Se le deroghe si chiedono sempre sugli stessi punti, il foglio è scritto male. Le regole aggirate tutti i giorni non proteggono niente e insegnano che le indicazioni aziendali si possono ignorare.

Cristian Andreatini

Scritto da

Cristian Andreatini

Elettricista, poi marketing digitale, poi direzione d'azienda. Oggi affianco imprese e imprenditori su strategia, organizzazione e posizionamento, con un team di specialisti dei diversi rami aziendali.

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